«Da molto tempo non mi affaccio a una finestra come facevo allora». «La nostra era un’animata via del centro storico, molto singolare con tutte quelle botteghe, una subito dopo l’altra». «Dalla nostra casa, che era al secondo piano, si dominava agevolmente l’ultimo tratto del corso fino alla Pallata. Affacciato alla finestra, restavo a lungo a guardare e ad ascoltare la vita della strada».
Sta là, al secondo piano di corso Mameli,la casa perduta delle storie narrate da Alberto Ottaviano. Da quella finestra lo sguardo si apre sui ricordi. Via stretta e popolosa è quella che scrutano gli occhi curiosi e stupiti del bambino di allora. «Specialmente le mattine d’estate, quando le scuole erano chiuse» e il tempo sembrava non passare mai.