ALESSANDRA PALOMBO, Mestieri, Giuliano Ladolfi Editore, Borgomanero 2014
Alessandra Palombo, presenza culturale e poetica molto viva nel contesto elbano, ci offre ora , da poco pubblicato, un nuovo libro di poesia, nel quale - sintetizza sagacemente il prefatore Claudio Damiani - «ci parla di un tempo passato, tempo della sua infanzia, quando girava da una bottega all’altra» e incontrava artigiani, commercianti, ma anche impiegati, maestre. «Li vedeva da bimba questi personaggi e ne rimaneva incantata.
Perché nella loro divisa, nella loro colorata cornice erano come delle maschere (il fabbro ‘teneva guanti neri / e una maschera sugli occhi a difendersi dal fuoco’). E tanto più erano mascherati dal mestiere che facevano, tanto più erano espressivi e liberi nel volto e nei modi». Erano tempi «in cui i mestieri erano veramente mestieri, ricoprivano e ingabbiavano tutta un’esistenza».
Già da questa premessa si intravede l’originalità sostanziale di questo ‘tempo ritrovato’, poeticamente ritrovato, e il sapore di ‘autenticità’ di questo contesto umano ripercorso e recuperato dalla memoria salvatrice, attraverso gesti sintomatici, ma anche scorci d’interiorità. Dietro le ‘maschere’, a volte si direbbe ‘goldoniane’, si intuisce spesso l’umanità dei personaggi che appaiono, uno dopo l’altro, disponendosi in una sorta di ‘totalità cittadina’, che è il loro quotidiano teatro di vita. Uno di questi personaggi ho avuto anch’io l’occasione di incontrarlo, e attraverso la rievocazione di Alessandra Palombo ne ritrovo l’umanità: era, già molto avanti negli anni ma quasi eroica nel suo impegno di lavoro, l’impagliatrice Beppina, che «Con gesti rapidi e decisi, / quasi imbastisse un orlo, / […] seduta sui gradini, / senza sbagliare un nodo / intrecciava, al sole, cordini / di paglia e midollino». Qualche segno lessicale specifico serve a caratterizzare e, se così si può dire, a meglio ‘partecipare’all’esistenza quotidiana del personaggio: qui il ‘midollino’, altrove la ‘tracolla gialla e rossa’ e ‘le strisce scamosciate’ del pellaio, il ‘ramaiolo’ della lattaia, il ‘marocchino e il taglio / d’oro o punteggiato’ del rilegatore di libri.
Per i polpai, compaiono anche voci vernacolari: ‘laveggio’ (si trova anche nel Pascoli ‘garfagnino’) per ‘grossa pentola’, ‘grampia’ per ‘tentacolo del polpo’. A fissarli nel loro lavoro è comunque un gesto, una condizione ripetitiva come lo sono i ritmi di quelle esistenze operose (i due giornalai ‘imbacuccati’, uno a destra uno a sinistra, «sotto l’orologio della porta a mare», la sarta che andava di casa in casa «a imbastire il suo futuro: / un orlo, una tovaglia, / con l’ago zigzagando», il cassiere che «inumidito il dito nel tampone, / sfogliava banconote»). O a caratterizzarli è un qualsiasi segno riconoscibile: la berretta con visiera del vetturino, il cappello di paglia del barrocciaio, il cappello di sbieco e la fronte al vento del solerte postino che recapita le missive anche quando l’indirizzo è incompleto. O una voce ricorrente come l’urlo mattutino del cenciaiolo.
L’unica, peraltro molto misurata e implicita, caricatura è quella del Preside, con il suo di sussiego di piccolo duce. Di certi personaggi si scorge con piacere l’umanità: la tata che «intingeva la spada nell’affetto / e accendeva il giorno».
La lingua, nella sua composta misura e semplicità, è conforme a quelle semplici vite, alle quali il lettore finisce per voler bene. Tutto sommato, dietro questo massimo impegno di semplicità felicemente raggiunta, questo piccolo libro di poesia è soprattutto un atto d’amore verso un dignitoso, fedele, pacatamente umano mondo scomparso.
Emerico Giachery