What motivated Renato Fiorito to penetrate the poetic territory of cosmogony, the origin of the universe, the appearance of life forms on Earth, the evolution of humans, what moved him to face a business that, as well underlines Giuliano Ladolfi in the introduction to the volume, entitled The epic of the universe, was he already Hesiod and Lucretius in the classical world and many others in later periods? The answer to this question permeates the whole poem Andromeda, stretched between the 'prelude' On the edge of the sky and an Epilogue that shows clearly and accomplished a relevant character of the whole work, namely the alternation of two rhythms, the narrative and the contemplative one. The answer to the question, in fact, lies in the goad-end-function of the human, and of the thinking and poetant human, that is to say in the permanent interrogation, in the wonder that generates questions.
The three initial verses of Andromeda are a statement - exemplary for synthesis, sapidity, cadence - of respect to three points that we should never ignore in reading a work: the perspective in which the lyric self is placed and from which it moves the his look; the vision that the lyric self has of itself, especially in this case, as human among humans; finally the enunciation of his poetic 'subject'. Here, then, the three verses:
Sul limitare del cielo
io, scintilla di un attimo
canto l’infinito.
The writer has had the opportunity to read the first draft of the work and to dialogue with the author on the significance and meaning of the company. Reread the version given to the prints, now, in the light of both those dialogues, and of the endless conversation with "the chorus of the world" and with its single voices through the ages and latitudes - conversation of which every literary work can only bear Trace - reinforces the conviction about the birth of Renato Fiorito's Andromeda from a well thought out design, that of the author's writing brings the peculiar traits: clarity, effectiveness, participation and, at the same time, ability to withdraw from the tumult of events to give time to the 'universal' considerations of forming, that is, to approach similiarity with the like, to the human who struggles in doubt, is tormented or tormented. Then the verses of Novalis resound to mind, which I quote here in my translation: "When now more than neither numbers and figures / Key will be of all creatures, / When they sing or kiss / More than the very knowledgeable ones turn, / When to the free life then the world / It will return, and in the same world, / When again united shadow and brilliance / Will give life to authentic nitore, / And when the real stories will be seen / In fairy tales and in poems will be revealed / In front of A secret motto it will disappear / the whole essence, then, of absurdity ».
The journey from the origin of the universe to the history of mankind, between constant questions, philosophical speculations, religions, revolutions, wars and catastrophes, ends with images, words, intertwining and transformations that speak of an energy that can not be measured, which can not be contained by thought. These transformations allow us to glimpse, as the third of the initial verses already intuited, that "nothing ever really dies".
© Anna Maria Curci
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Sul limitare del cielo
Sul limitare del cielo
io, scintilla di un attimo
canto l’infinito.
Guardo l’eterno
e prima di essere cenere
misuro da questo
la mia grandezza
e la mia miseria.
Infinite galassie,
origine e fine della creazione,
dimorano nella mente.
Intuisco mondi paralleli
di cui non so nulla.
Vedo la fatica dei padri,
le lotte e le sconfitte,
e so che tutto è avvenuto
perché io esistessi.
Assumo come mio
ciò che altri hanno conquistato,
le strade tracciate percorro
per comprendere l’incomprensibile
e capisco che nessun credo contraddice gli altri
ma tutti procedono a fatica
sull’irta strada della verità.
Guardo un albero e immagino la foresta
vedo una stella e ne penso milioni.
So che ogni cosa si muove nel cielo
e la legge che tutto regge
è equilibrio tra energia e gravità.
Eterna è l’energia,
siamo parte della sua forza
e per essa siamo divini.
Non inganni la morte.
Appartiene anch’essa alla vita
come vi appartiene la nascita e l’amore
ed è quindi ugualmente sacra.
E vi appartiene l’amicizia tra gli uomini
e quella degli uomini col creato.
e ogni uccello e pianta,
e seme e creatura che vive sulla terra.
Eccezionale, irragionevole presenza
nell’universo silenzioso e deserto.
Noi che guardiamo il cielo,
noi siamo cielo
brillanti di un solo attimo.
*
da In cerca di Dio
Più avanti degli altri uomini fosti Lucrezio.
Più avanti di Eraclito, più di Anassagora
e dei saggi prima e dopo di te.
Infinita è la materia, infinito è lo spazio, dicesti,
poiché il limite di ogni cosa è il principio di un’altra.
L’aria fa da confine ai colli, le montagne all’aria,
la terra al mare e il mare alle terre.
La materia ha per limite il vuoto e il vuoto la materia.
Così alternando, tutto si fa infinito.
Nulla nasce dal nulla
e nulla si riduce al nulla,
nascita e morte sono solo
aggregazioni e disgregazioni di parti.
Eterna è la materia
compatta e immortale non ha riposo.
Non meno di una mano
ha invece natura mortale l’anima.
Per questo inferi e dei
nulla possono contro di essa.
Malattia e morte non sono segni della loro collera,
e a niente vale pregarli per salvarsi.
Falcia la morte i giusti e i malvagi,
non c’è castigo o premio nel suo abbraccio,
solo necessità della vita a rinnovarsi.
Non era pazzo Lucrezio, non lo era
quando liberò l’uomo
dal timore degli dei vendicativi.
Brama di potere e avidità
avevano creato ogni genere di paure.
Ma il saggio deve essere esente dalla paura
né teme la morte perché sa
che l’eternità non lo riguarda.
Non intervengono gli dei nelle umane vicende,
non restano a fianco dei vincitori
né condannano i vinti.
Non liberano e non giudicano.
È la natura, non gli dei
a segnare i limiti dell’esistenza.
Non ci sono dei da blandire
né sacrifici da offrire
per mutare l’ordine delle cose.
È scritto nella natura il nostro destino.
Come facesti Giordano a capire? Come facesti?
E perché non volesti barattare il rogo con la verità?
Non è uno l’universo, non uno il sole,
né esiste un centro
in cui immobile marcisce la terra.
Non c’è centro nello spazio infinito.
Innumerevoli sono gli universi,
né possono essere misurati,
meno che mai dal pregiudizio umano
che uccide la ragione.
*
da Epilogo
Lucy guardò l’immenso rosso del sole
e seppe di essere l’ultima donna sulla terra.
Nessuno da incontrare, nessuno da amare.
I ghiacciai sciolti, gli animali estinti.
L’uomo aveva creato e l’uomo aveva distrutto.
Nella sua testa vivevano le storie dei millenni,
scorreva nel sangue il desiderio di milioni di uomini,
gli amori di tutti i tempi l’attraversavano.
Era nata da loro. Portava su di sé
il peso di tutte le ingiustizie
e l’orgoglio di tutte le ribellioni.
Le crudeltà della storia e del disinganno,
le passioni umane, le guerre e la scienza
avevano segnato la strada.
Era stanca ormai. Avrebbe voluto dormire
lasciando la terra al suo corso.
Nessun viaggio o scoperta serviva.
Il mondo stava morendo. Il prato era pieno di lucciole.
Ne catturò una e la tenne tra le mani.
Piccola, assurda luce della sua solitudine.
La voce dell’unico uomo amato
attraversò i millenni e le planò nel cuore.
La sua mano tesa incontrò la notte.
Le disse: “troppo a lungo ci siamo cercati e negati
ma ora che siamo giunti alla fine
lasciamo la tristezza al silenzio
e torniamo una cosa sola.”
Si addormentò tra le sue braccia.
Andromeda disseminò il cielo di stelle.
Il giorno dopo non c’era più nulla.

