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Andromeda su L'EstroVerso

Andromeda, welcoming the scientific knowledge gained in recent years, tells in poetry the history of the universe, the birth of the stars, the expansion of space and the mystery that surrounds us. In this timeless immensity, the earth is irrelevant dust that, however, has the privilege of hosting life and allowing man to look, analyze, understand the laws that regulate the celestial motions and ask questions about the eternal and the infinite.
This contrast between the smallness of man and the dreams he cultivates is the leitmotif of the poem. In this challenge there is his unhappiness and his greatness. Understanding the laws that move the heavens is to share the knowledge of God and, in this sense, to approach, as in a sort of lay transubstantiation, human nature to that of God. This is why the search for God is not separated from the search for truth. Science and religion, atheism and religion and religions are part of a single research: different paths, even if imperfect and limited, to investigate the mystery.

 


So the fundamental questions are asked about existence, its meaning, its limitation. Religion, philosophy and history intertwine without contradicting each other. The opposition between the eternal flow of Heraclitus and the eternal permanence of Parmenides finds a personal poetic expression in the work. In particular, the idea that nothing ever really moves leads us to consider every moment as eternal and eternity as the coexistence of infinite moments.
In a sort of secular mysticism, every action and word, engraved in the immobility of time, is therefore forever and is a measure of our salvation or our condemnation. The story of the individual is not only part of the universal history but has the same value, since a single man is worth as much as all men and his story is kneaded the whole universe. That is, as in a matryoshka, inside the history of the universe there is that of the earth and within it, the history of life, and even more inside the history of humanity and of every single man with his loves and his tragedies, where each explains the other and draws its reason from the other.

 

 

Sul limitare del cielo,
io, scintilla di un attimo
canto l’infinito.
Guardo l’eterno
e prima di essere cenere
misuro da questo
la mia grandezza
e la mia miseria.
Infinite galassie,
origine e fine della creazione,
dimorano nella mente.
Intuisco mondi paralleli
di cui non so nulla.
Vedo la fatica dei padri,
le lotte e le sconfitte,
e so che tutto è avvenuto
perché io esistessi.
Assumo come mio
quello che altri hanno conquistato,
le strade tracciate percorro
per comprendere l’incomprensibile
e so che nessun credo contraddice gli altri
ma tutti procedono
sull’irta strada della verità.
Guardo un albero e immagino la foresta
vedo una stella e ne penso milioni.
So che ogni cosa
è equilibrio tra energia e gravità.
Eterna è l’energia,
siamo parte della sua forza
e per essa siamo divini.
Non inganni la morte.
Appartiene anch’essa alla vita
come vi appartiene la nascita e l’amore
ed è dunque ugualmente sacra.
E vi appartiene l’amicizia tra gli uomini
e quella degli uomini col creato,
e ogni uccello e pianta
e seme e creatura che vive sulla terra.
Eccezionale, irragionevole presenza
nell’universo silenzioso e deserto.
Noi che guardiamo il cielo,
noi siamo cielo,
brillanti di un solo attimo.

Alto, nelle notti d’autunno,
nel cielo boreale tra Perseo e Pegaso
a nord ovest della stella Mirach,
brilla il fuso luminoso di Andromeda,
ammasso denso di stelle
due volte più lucente di Omega Centauri.
Tre miliardi di anni luce
segnano la distanza da un bilione di stelle,
sconfinata nebulosa dai filamenti d’oro
in cui altri sistemi si muovono.
Luce di candela, tenue nube
disegnata sul fondale delle nostre vite,
testimone di universi sconfinati
che corrono verso di noi
a velocità inaudita.
Ci scontreremo alla fine
in un vorticare di stelle,
e dall’immane tragedia
nascerà una nuova galassia.
Via Lattea e Andromeda danzeranno
nell’ultimo vorticoso abbraccio,
e si fonderanno nello spazio infinito.
Ai margini del sistema un sole moribondo
ingoierà la terra in un’enorme fornace
ma nessuno più ci sarà
a chiedersi il senso di tutto questo.

Andromeda, col suo corteo nuziale
cosparge di stelle l’universo.
Se non vedessimo il suo impasto di luce
diremmo che non esiste.
Invece è lì in fondo al cielo
a ricordarci da spazi siderali
la sua bellezza.
Tra miliardi di stelle, altri mondi
sono aggrappati alla volta,
quinte di teatro per la nostra commedia,
realtà irraggiungibili alle nostre domande
a cui manca sempre l’ultima risposta
che ci inchiodi alla terra
o ci renda immortali.

Come facesti Giordano a capire? Come facesti?
E perché non volesti barattare il rogo con la verità?
Non è uno l’universo, non uno il sole,
né esiste un centro
in cui immobile marcisce la terra.
Non può esserci centro nello spazio infinito.
Innumerevoli sono gli universi
né possono essere misurati,
meno che mai dal pregiudizio umano
che uccide la ragione.

Partiremo con la valigia vuota
dei tanti “no” per fare posto ad altro,
ma a quale altro non è dato sapere.
Non porteremo con noi troppi malanni,
né monete di rame per comprare
Nulla ci serve che non abbiamo avuto.
Trasmigreremo tranquilli in altra vita
senza più consistenza né progetti.
Anime indistinte, solo aria,
azzurro nell’azzurro senza tempo.
La sola cosa che ci farà diversi
è ciò che abbiamo fatto nella vita.
Porteremo il passato sulle ali
un colore, un alito di vento,
una catena dunque, un rammentare.
Se amore fu, amore sia in eterno
Se fu odio, odio conserveremo.
Nessun inferno. Nessuna costrizione.
Solo il ricordo. È questa la condanna.
Portarsi dietro il male in mezzo al cielo
e niente più da fare per cambiarlo.


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