Nati come ripensamento di un viaggio reale ad Alessandria d’Egitto, avvenuto tra la primavera e l’estate del 1895, gli Aleksandrijskie pesni [Canti di Alessandria] di Michail Kuzmin rappresentano il debutto del poeta (e prosatore, e drammaturgo e, last but not least, musicologo) sulla scena letteraria di una Pietroburgo che vedeva lentamente, ma inesorabilmente, tramontare l’epoca del simbolismo, con Aleksandr Blok a farne da sommo interprete. Siamo nel 1906 e l’intento dei Canti di Alessandria appare già programmatico prima del programma estetico esplicitato di lì a qualche anno (1910) da Kuzmin nel manifesto Della bellissima (o ‘magnifica’) chiarezza: sfruttare gli straordinari approfondimenti della “cultura del verso”, inauguarati dalla stagione simbolista, per offrire una scrittura che si scolli miracolosamente da fumosità e sortite metafisiche (e dai loro esiti in versi), contraddistinguendosi, invece, per limpidezza formale, contorni stagliati, dizione precisa e sicuro controllo dei mezzi espressivi.
Nelle sette sezioni che scandiscono l’opera («Introduzione», «Amore», «Lei», «Saggezza», «Frammenti», «Canzonette di Canopo» e «Conclusione») Kuzmin sfoglia le impressioni ancora vive di un album in cui, oltre a vicende autobiografiche di un parcamente decrittabile affaire omoerotico, si affollano figure nervose di giovinetti e cortigiane – il tutto fuso con una città che funge non da fondale, bensì da argomento, ed è ritratta con una grazia lontana, a un tempo, da ogni grevità realistica e da qualsivoglia astrattezza cervellotica. Che poi questa “equidistanza” sia il portato di una patina letteraria e di un manierismo non specioso, che corrispondono ad altrettante cifre della poetica kuzminiana, appare fin da subito al lettore, che si ritrova sbalzato in un luogo ancora pulsante di vita, appena appena distanziato dal tocco raffreddante dell’artificio. Un luogo, quindi, «rivissuto con un’immediatezza e un fervore ignoti a tutte le erudite riscritture in voga in epoca simbolista» (Ferretti) e che pare bagnato in una nostalgia luminosa, percorso da un contristarsi composto, come di chi professi «un epicureismo senza volgarità, un’edonismo raffinato» (Poggioli). Ecco perché, nonostante i palesi debiti letterari di Kuzmin, già esaustivamente scandagliati dalla critica, nonostante il vago senso di teca che spira da questa elegantissima letteratura fermentata su letteratura (che ha fatto parlare di «galleria di preziose tempere dell’Alessandria del II secolo dopo Cristo»; Colucci), la città egiziana ripullula di un’esistenza ancora struggente nella quale una «malinconia radiosa» (terza poesia di «Saggezza») può accompagnarsi a un’accettazione della «morte senza rimpianti per la vita» (ivi).
Particolarmente felice appare la traduzione, che si muove entro un registro di fedeltà, oltre che lessicale, soprattutto di tono. Come Kuzmin, che all’epoca acquistò una fama indiscussa di ricreatore di atmosfere passate, così la traduttrice tinge la sua versione di una vernice stilizzante che, alle nostre latitudini e all’altezza del 2015, significa principalmente ricorrere a un vocabolario qua e là desueto e a una musica suadente e non metronomica, che hanno la funzione di distanziare l’italiano nel tempo senza affogarvelo e di offrire così un convincente “parallelo” all’operazione di delicato repêchage messa in atto dall’autore. Non si può, quindi, non darne un esempio: «La gente vede gli orti e le dimore, / e il mare porporino del tramonto, / vede i gabbiani in volo sopra le onde / e donne in cima ai tetti piatti; / vede armature di guerrieri / e venditori di frittelle in piazza, / la gente vede sole e vede stelle, / ruscelli e rivi cristallini; / io invece vedo ovunque solamente / le gote tue olivastre ed emaciate, / gli occhi grigi sotto scuri sopraccigli, / l’incomparabile armonia del busto – così due occhi innamorati san vedere / ciò che il sapiente cuore ingiunge loro».
Alessandro Niero

