N. PARDINI LEGGE: "PIETRA E FARFALLA" DI PAOLO MAZZOCCHINI
Paolo Mazzocchini. Pietra e farfalla. Giuliano Ladolfi Editore. Borgomanero, (NO). Pagg. 80. € 10,00
Pietra e farfalla
Pietra patisco il peso della mia
longevità, quasi perenne intesa
d’atomi coesi in una stretta potente
più di qualsiasi centrifuga contesa. Si posa
la farfalla su di me, ignara che il suo giorno sta
per sfogliarsi in un applauso d’ali, crollare
in un battito sospeso; ma mi fu luce
e festivo il caro suo riposo
fuggitivo più che la mia
pésa ed ottusa quasi eternità.
Questa la poesia eponima che ci permette di entrare fin da subito nel complesso meccanismo empatico-riflessivo del poeta: “peso-longevità, la farfalla, battito sospeso, riposo fuggitivo, pésa quasi eternità”. Arte, fuga dal materialismo verso la spiritualità, raffronto fra la durezza della pietra e la leggerezza della farfalla: brama di staccarsi da terra per accedere alla luce dei misteri, anche per un attimo, quanto un volo dell’esile volatile. Tutta l’opera di Paolo Mazzocchini gioca su questo ossimorico e quanto mai metaforico quadro: dubbi, incertezze, resistenza della materia, paralisi del peso; luce, volo, spirito, anima, riposo leggiadro della poesia.
Trama intensa, onesta, ampia, di epigrammatico scavo esistenziale, dove il verbo, con allunghi di sinestetica allusione, e di metaforica inclusione, cerca di agguantare i voli di una mente tutta volta a dare spiegazioni impossibili; a raggiungere traguardi di difficile approdo. Il verso si snoda su percorsi ora di effetto contrattivo, secco anche, ora di effetto estensivo, dove il dettato poetico sembra abbandonarsi ad una forma di narrazione prosastica, tanta è la sostanza umana, che, bisognosa di spazio, dal di dentro vorrebbe uscire per dimostrare l’irrequietezza del fatto di esistere. Pietra e farfalla, il titolo duale di questa plaquette che con audaci impatti vicissitudinali si porta dietro la ricerca affannata di un uomo, di un pensatore, che non si accontenta di leggere il mondo così come appare nella sua icasticità; vuole andare a fondo della questione, del vivere, dell’esserci, di thanatos e eros, di tutto ciò che comporta questo nostro esistere. E lo fa con un linguismo acuto, articolato, denso, che tanto richiama la verbalità dei nostri avi latini; di una classicità che non sembra affatto in disuso ma rivive con perizia sotto la penna di un autore che fa del suo mondo umanistico, delle sue conoscenze culturali, il piano d’appoggio per slanci spesso disumani per la loro intensità speculativa; per il loro azzardo nel tradursi in un essere che non si accontenta di vivere hic et nunc senza travagli; senza inquietudine per la sua precarietà di individuo soggetto al tempo e alla caducità del terreno; alla futilità di un soggiorno; vorrebbe toccare il cielo, elevarsi al di là degli orizzonti per scoprire, conoscere, individuare, sciogliere il bandolo della matassa; districare il nodo che tiene il mistero della vita. Ma il fatto sta che l’uomo è zeppo di terrenità; i suoi piedi affondano nel terriccio del piano, dei colli, o nelle acque dei fiumi e dei mari; il cielo è là in alto che ci guarda quasi con distacco. Eccoli i dubbi, le incertezze, le tante domande senza soluzione, i tanti interrogativi che il poeta si pone, cosciente della loro insoluzione. Una vita di poesia una poesia di vita quella di Mazzocchini. E la vita comporta la triste e quanto mai dolorosa sequenza dei giorni: il pensiero di un tempo prestato dalla morte. Il poeta sembra reagire a tale condizione, rifugiandosi nel sarcasmo, nell’ironia, non come semplice reazione di stampo fedriano, ma come risultato di una condizione umana di fronte all’imperscrutabilità dell’evolversi del tutto. E’ in questa filosofia di vita la poetica del Nostro; in questo gioco di fonosimbolismi che si allunga e si scorcia, che si inalbera e si piega per star dietro ad un succedersi di stati d’animo che tanto ci parlano di condizioni umane in sospeso. Per dirla alla Hugo “La gioia di essere tristi”. Se di gioia si può parlare nel mondo tanto problematico di Mazzocchini: quello in cui l’unico essere vivente dotato del pensiero della morte, e del dilemma del rien e tout, è proprio l’uomo. In alcuni momenti ci sembra di scoprire una certa adesione del poeta alla riforma prosastica del verso che ha egemonizzato la poesia italiana del tardo 900 e dei nostri giorni. Ma in tale sperimentazione, dove il correlativo oggettivo di stampo eliotiano la fa da padrone, non collocherei di sicuro questo poema: qui la meditazione, il pensiero, la riflessione, il sentimento si traducono in immagini fortemente soggettive da assumere stampo di liricità nei momenti di maggiore ispirazione, a dimostrazione che ogni argomento, anche filosofico, una volta filtrato da un’anima cotta a puntino, può farsi poesia. E poesia è questa di Mazzocchini, con tutti gli ingredienti che la contraddistinguono; con quella limpidezza formale e libertà della versificazione, dove persino l’emistichio fa la sua apparizione nella divisione del verso in a maiore e a minore: sosta e ripartenza verso gli intricati percorsi della vita. Il fatto sta che in questi momenti espressivi, in questa Plurima noctis imago, o In magistri memoriam, In veritate amicitia, o Motu alieno…, in questi brevi e apodittici messaggi, dove l’ossimorico gioco del fatto di esistere si concretizza in una simbolica quanto mai visiva intrusione naturale (notte, Urano, tamerici, terra, nuvola, monte, cielo, luce, neve, pietre…), scopriamo un poeta nuovo, foriero di contenuti di una verticalità trainante:
La notte non è sempre la tenda
stellata di Urano che ci avvolge, mite
sovrano, noi – tamerici di serra puntate
l’una contro l’altra, strette e straniere –
sul pube della Terra. La notte è pure
nuvola che dilaga imprevista
per la ferita del monte, getto
d'inchiostro che spande sul foglio
d'inchiostro che spande sul foglio
del cielo cruentato da un bisturi
di luce, nevo che dirama nella cute
immacolata, o rotto che si slabbra
nel mantello di neve residuo sulle pietre
-un nulla che dilata, impuro per la carne
tenera del bianco. Notte è pupilla
nera che cresce atterrita nella sclera (Plurima noctis imago).
Un poeta che sa di esistere, ne è cosciente, è cosciente del fatto di esserci; e per questo gioca tutte le carte di cui è in possesso: non gli importa di vivere all’ombra, preferisce, a questo punto, abbandonarsi alla volubilità del vento: chissà che non lo porti sull’isola agognata; quella della verità; sulle sponde della rivelazione:
Di vivere una vita
impropria proprio
non mi consolo: che i vènti
non le ali segnino
la direzione
del volo (Motu alieno).
Nazario Pardini

