La prima motivazione dei versi è infatti legata al viaggio intrapreso da Kuzmin in Egitto nel 1895, da Costantinopoli ad Atene, a Smirne e Alessandria, fino al Cairo e Menfi in compagnia di un misterioso «principe George».
Poeta raffinato e talvolta accusato di eccessiva affettazione e di estetismo, Kuzmin che nel 1910 con il suo manifesto teorico Della bellissima chiarezza sostenne le ragioni di una poesia volta all’armonia, al rigore e alla simmetria aveva vissuto una gioventù spiritualmente travagliata, viaggiando e ricercando sempre nuovi approdi (anche in Italia, alla cui cultura fu molto legato) per la sua sensibilità di uomo e di artista, lui che era legato al mondo dei vecchi credenti ma aveva origini nobili e una madre francese. L’inquieta attitudine affettiva del poeta si riversa in tutta la sua opera, e in questa prospettiva i Canti di Alessandria costituiscono una sorta di cartina di tornasole del suo retaggio artistico.
Alessandria è simbolo dell’armonia perduta, è città della memoria, ma lontanissima dagli stereotipi e dalle citazioni erudite dei simbolisti, rivisitata com’è in modo del tutto originale in una prospettiva che non ha niente di libresco o di convenzionale, poiché trasferisce il magnifico mondo egizio e ellenistico nella sensibilità contemporanea.
Fra l’altro, Kuzmin fu ad Alessandria proprio quando in città era presente anche il grande poeta neoellenico Kavafis, e nei suoi versi combina l’esperienza autobiografica con quella culturale. Da qui il piano mitopoietico dove si stagliano figure come Antinoo, Adone, Penelope, il dio Ptah, figure che nel complesso processo delle reincarnazioni narrative si vanno a combinare con numerosi personaggi e auto-proiezioni rintracciabili nelle altre opere del poeta, a partire dall’eroe del romanzo omoerotico Ali.
Kuzmin vide Tiro, Efeso e Smirne, vide Atene, Bisanzio e Corfù, vide anche l’eccelsa Roma; ma Alessandria sarebbe rimasta il primo amore, la prima bellezza viva nel ricordo e specularmente capovolta nella parola poetica fino a identificarsi nell’Ultima Thule della raccolta La trota spezza il ghiaccio, versi di congedo prima di un lungo silenzio e la morte nella ormai poeticamente vuota Leningrado.
Stefano Garzonio

