In questo scenario la parola poetica non consola; si ritira, lasciando il campo libero al deserto che avanza:
Il deserto avanza: nella rubrica telefonica
i numeri hanno cambiato di posto,
non trovo più le facce, i luoghi, le date.
Il deserto sale, ripara le pieghe dei nostri passaggi.
Ma, ci permettiamo di chiosare, quella di Maurizio Giudice non è sfiducia nella potenza del dire, piuttosto è una lucida presa di coscienza dello scarto abissale tra la scrittura (che rende l'esperienza 'leggibile') e le sedimentazioni della realtà, che è come dire tra l'assenza nel presente e una presenza fantasmatica sempre collocata nella memoria:
Le dita non trovano la strada, sono trasparenti
le costole, il ventre. Le dita non trovano più la strada
che le tue gambe, come un orologio,
segnavano così bene.
Il silenzio - o il vuoto buddista richiamato graficamente dalla copertina - allora non può bastare:
Così che il silenzio non basta,
bisogna raccontarlo, indicarvelo
col dito - un rumore
ininterrotto,
fermarsi: ecco.
È qui, da questo fondo sonoro indistinto, da una lacerazione ininterrotta, che nasce il poeta. E la poesia.
Pietro Russo

