Si tratta di un’edizione che lucra in modo intelligente il percorso che questo testo poetico ha compiuto negli anni e lo dà nella sua versione più completa. Come si sarà capito dalla citazione, i Canti di Alessandria sono articolati in versi chiari e preziosi, come se il poeta li istoriasse su sete antiche; risuonano dei passi di divinità e si nutrono di amori omosessuali, come se ad Alessandria il tempo fosse ancora greco. E come non pensare che negli stessi anni in cui scrive Kuzmin, nella stessa città, si aggirava Costantino Kavafis, anche lui alla ricerca di piaceri antichi. Non s’incontrarono i due, no, come ricorda la curatrice. E così chiosa: «Se la Alessandria di Kavafis è tutta protesa verso il mondo ellenistico nella sua dimensione mitica e universale, o immersa nella più riconoscibile contemporaneità - elegiaca o sordida che sia - la città del poeta russo si diramainuna pluralità di epoche, dalle quali la cosmopolitica metropoli reale, così come si presentava agli occhi dei viaggiatoridifine ottocento, appare pressoché esclusa».
Le storie dei poeti, si sa, sono spesso segnate da un rincorrersi di passi che si perdono perle vie delle città. Ed è inevitabile che nelle loro immaginazioni irrompa la Storia Nel caso di Kuzmin prende le fattezze della Rivoluzione di Ottobre, che lui prima osserva con interesse e poi lo precipita nella delusione e nelle ristrettezze e nella solitudine, costretto più a tradurre che a scrivere. Con il senno di poi si fa ancora più struggente il commiato da Alessandria che chiude i Canti: «Ah! Me ne vado da Alessandria,/ e a lungo non la rivedrò!/ Cipro vedrò, cara alla Dea,/ vedrò Tiro, Efeso e Smirne,/ vedrò Atene - sogno di gioventù,/ la remota Bisanzio e Cortù,/ e, meta d’ogni mio peregrinare, coronamento d'ogni auspicio/ - l'eccelsa Roma io vedrò! -/ Tutto vedrò all'infuori di te!/ Mia gioia - ah! - io me ne vado,/ e a lungo non ti rivedrò!».
Silvio Perrella

