La poesia può determinare un cambiamento, generare uno spazio di silenzio che ci permetta di ascoltare, producendo una rottura nelle forme psichiche che apra la strada a un confronto col mondo. La poesia si presta molto a un uso verticale del linguaggio (uso il termine “verticale” non nel senso di ascesa, di trascendenza, ma per indicare il fatto del rimanere nello stesso posto e vedere le stesse cose, man mano, sempre più chiaramente). Se nella prosa, ad esempio, l’orizzontalità è una caratteristica difficilmente evitabile, nella poesia, il linguaggio può essere usato non per arrivare a qualcosa che sta al di fuori della lingua, ma per aprire uno spazio dentro la sua struttura. In questo senso la poesia può meditare la lingua e non solo parlarla, perché osserva il farsi della parola, il suo procedere. Questa è una delle possibilità della scrittura poetica, ma non è detto che si realizzi in ogni occasione: per alcuni scrittori può rimanere un elemento marginale, perché altri sono gli obiettivi estetici».
Un poeta, concludiamo con un pensiero di Marianne Moore, «non parla la lingua ma la medita: così la potenza del leone sta nelle sue zampe».
Grazia Calanna

