Di forza, quindi, questa nuova raccolta di poesie di Menotti Lerro si inserisce in una tradizione esistenziale/gastronomica/sensazionale (nel senso che le sensazioni erano forti) molto precisa, costitutiva di sogni, speranze, e anche disillusioni ascoltate o sentite o percepite molto presto, sin dall’infanzia. Ma “pane e zucchero” è anche la metafora del tentativo di intuire la dolcezza di certi momenti di felicità come eccezioni in un panorama di grande linearità nelle privazioni, nelle attese non compensate, nei desideri frustrati. Menotti Lerro non appartiene all’epoca che ho ricordato, ovviamente, dal momento che è nato nel 1980, ma il ricordo della sua infanzia e adolescenza è comunque legato al “pane e zucchero”, il cui uso si è perpetuato nel tempo. Ne scrive così: “Scrutavo i profili crescendo,/ l’erba delle braccia, la croce/ del petto: “Diverso, diverso” pensavo,/ “non brucerà al sole l’illusione”./ Ma poi prepari l’infuso, così come/ da piccolo lo zucchero col pane./ Fiero lo sguardo: Siamo uguali,/ siamo uguali! ripeti./ Viltà nel mio nome, sangue traditore”. Da qui il titolo. Da qui parte un percorso evocativo tra passato e presente, nel desiderio di liberarsi dal ricordo, cosa però impossibile. E in esergo chiara è la dedica del libro, in cui è motivata la necessità della sua scrittura per capire il tempo lontano che insiste sulla vita presente: “Alla mia infanzia: sogno/ irripetibile che non vorrei ripetere”.
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Ricordare non vuol dire restare imprigionato nell’età giovanile. La memoria è inevitabile, ma in Menotti Lerro non c’è nostalgia. La poesia serve per inseguire un distacco, anche se il poeta si arrovella nell’analisi di quel sentimento del “non volere crescere”, del volere restare “sempre bambino”. Come sottolinea Giuliano Ladolfi nell’introduzione, si tratta della “sindrome di Peter Pan”, del timore di affrontare la maturità, di uscire dal cono giovanile e entrare nell’emisfero degli adulti, della paura di assumere responsabilità, dell’incapacità di chiudere la vicenda infanzia e relegarla definitivamente nel passato. Del resto, proprio nella poesia si scopre il legame con il presente, l’insistenza del ricordo per ritagliare un presente efficace e plausibile. Ma ci sono tante difficoltà, ci sono ostacoli soggettivi a conseguire una vera liberazione dai propri “spettri”, che continuano ad apparire per scandire l’evoluzione e nel contempo l’involuzione. Ed è nella poesia che diventa chiara la solitudine che circonda(va) il bambino. La scoperta della solitudine avviene subito, sin da bambino, per semplice percezione.
Il bambino è nella stanza
Il bambino è nella stanza.
Intrappola poesia che gli rimane.
Rituale di smorfie e nodi.
Il bambino è solo. Valuta la frenesia
del petto per ancorarsi al tempo
nel perfetto difetto della stanza
senza specchio.
Dove le ossessioni, i colori dei volti?
Dove le ombre che guaivano nell’antrone
del ciglio? Pensandosi tra loro,
ospite in casa degli amici.
Il bambino è solo.
Foglia di mandorlo che trema.
Sulla pelle piove, imbruna la sera.
“Il bambino è solo”. E ancora, in altri testi: “la pelle rifulgeva di solitudine”. La solitudine si accompagna all’abbandono: “Dolce amarezza, fugace alitare del tempo/ che non ritorna. Buia luce d’abbandono”. Il presente non è meno amaro degli anni giovanili: “Perché resto nella tenebra del giorno/ anche se sprofondo? perché non si quietano/ le voci all’aurora, non si sciolgono/ le ombre e i giocattoli non si animano,/ mi parlano del polveroso oblio?”. C’è una disperazione che striscia da lontano e si evidenzia nel presente. E c’è la scoperta del dolore. È il dolore che certifica l’entrata nell’età adulta e il persistere di una condizione umana quasi disperata, nonostante la ricerca di una soluzione. “Piccoli, semplici gesti,/ rendono il nostro dolore unico”. È l’unicità che determina la consapevolezza delle strettoie in cui si dibatteva il bambino, e in cui continua l’uomo ormai grande, sia pure in modo diverso, mentre si moltiplicano i tentativi di uscire dal recinto memoriale. “Eccoli i segni di quel ferro nero/ d’orgoglio, li riguardo al mattino/ con immutate gemme di stupore”. La poesia emerge come sostrato a una “condizione umana” irreversibile, in attesa di decollare verso una serenità che sembra impossibile. Il contrasto diventa un potente stimolo a tentare di intuire, di capire le prospettive.
Sulle spalle graciline il mondo degli adulti
Sulle spalle graciline il mondo degli adulti.
La seta sotto ai patimenti, resisto,
non sarà vana meta… altro vagito.
Vestirò i versi di bianco, impazziranno di luce,
rime e assonanze, lime e scalpelli,
il centimetro sulla Singer con le squadre e le forbici.
Sarò anch’io un poeta che niente ha da dire,
brucerò emozioni e ricordi in uno slargo
per innalzare castelli di carta perfetti,
cieli diafani in cui si può scorgere Dio.
Sarà la Pace.
Dio è un’ipotesi, non è un percorso, non è una tensione. È solo un tentativo che si scompone subito dopo.
Dopo le preghiere rimanevamo soli, Tu e io
Dopo le preghiere rimanevamo soli, Tu e io.
Ti schiodavo dalla croce, Ti assegnavo
il ruolo. Sul braccio un mitra,
il sangue avvelenava il fiume dei nemici.
Caddero eserciti, smascherammo cieli
per librarci e regnare.
Nei giorni impossibili come la fede,
persino Tu mi sembrasti felice.
Resta la poesia. In essa il bambino “passato” può trovare una ragione, una visione che superi il fermo, il blocco che si è perpetuato: “Dell’infanzia niente vorremmo archiviare./ Irreale veliero sprofondato con i goffi gesti”; “Quanto lontana sei mia fanciullezza,/ brumosi secchi in viso senza quella luce”. “Forgiare il verso giusto…”. Resterà il rimpianto? ”La giovinezza è un tulle di rimpianto,/ un giorno rimpiangerò la vita,/ morbida di fuoco, cuscino, cumulo/ che resta nel camino con un barbaglio/ che si spegne come sull’avello un lumicino”. La poesia: unico viatico di salvezza, di crescita, di accettazione dei contrasti, delle contraddizioni, delle incomprensioni, delle delusioni. Ma la poesia è anche un territorio misterioso, i risultati non sono prevedibili. Le attese possono essere svuotate. La disperazione può riavvolgere tutto. Il rischio è lì in agguato.
Amai viziare quel fanciullo, non punirlo
Amai viziare quel fanciullo, non punirlo.
Severo all’oscurità delle conchiglie
incorporee in cui cercava mare, ma luna
sfigurata e un subbuglio di plaghe
da seppellire nell’ineludibile giardino.
Nessuno volle amarti, salvarti dalle acque
se non la sposa senza macchie e rovelli.
La mia estate muore nel tuo inverno.
Non congedarti da me angelo nero, resisti alla piaga
del tempo. Scriveremo insieme l’ultima follia.
Menotti Lerro
Le poesie riprodotte sono tratte da Pane e zucchero (Ladolfi, 2016)
La poesia, dunque, è inevitabile “follia”. Ma follia potenzialmente liberante, risolutrice.
(Ottavio Rossani)

