La mia prima impressione fu questa che scrissi in calce al libro. Vedrei volentieri, e lotterei perché accadesse, questo poemetto rappresentato tra le rovine oltraggiate di Babilonia, in prossimità della pista di atterraggio costruita dagli americani durante la seconda guerra del Golfo, o a Palmyra, fatta a pezzi e svenduta in nero ai trafficanti di pietre uccise da sistemare al posto dei nani in giardino.
Ritrovo in queste poesie di Marisa Papa Ruggiero la componente fantastica surreale misteriosa ed inafferrabile di immagini e metafore lontane da ogni inautentica enfasi letteraria. Poesie ricche e vive, ma anche così essenziali e sinuose da catturare e diventare per questo universali. E’ il ritmo della danza che fa di Jochanaan un libro interessante che cattura fortemente fin dalla prima lettura. Infatti subito dopo aver finito il libro ho sentito la necessità di telefonare all’autrice per comunicarle subito ed estemporaneamente quanto l’avessi apprezzato. Testi che si compenetrano tra loro in un unico autentico poema di danze sacre, profane, di una sensualità disinibita ma non esibita. Di un ombroso senso religioso che abita gli attori di questi versi. Un tempo emozionante di lettura e rilettura, dove ogni singolo momento acquista e riacquista energia grazie al talento visionario e al back ground culturale della bravissima autrice, cui ho deciso di proporre l’intervista senza domande. Ho estrapolato alcuni versi dai sui componimenti, versi particolarmente distinguibili ed emozionanti. Marisa, donna di spirito e autrice talentuosa, è stata talmente al gioco che me ne ha proposti alcuni altri.
- Questa fame di vergine lupa è scesa nuda in giardino
Accetto volentieri il gioco, come lo chiami, Flavio, di entrare in questi versi da te scelti, ma lo premetto: mi tenta poco far avanzare dei “ragguagli” esplicativi al testo per non negare al lettore un’esperienza intuitiva autonoma, cosa che ritengo fondamentale in una lettura di poesia, per chi vorrà farla. In questo lavoro ho voluto convocare le parole a creare, diciamo, figurativamente, il tema, innescando meccanismi di contrasto sul piano espressivo, convinta che non siano le parole ad essere subordinate al tema, ma viceversa. Il dramma, infatti, come penso, non sta nel testo, ma nella tensione viva del linguaggio.
Mettere in atto un gesto desiderante significa, per me, porre allo scoperto corde insospettate che non aspettano che vibrare. Sono contrade del pensiero, figurazioni della mente modellate sulle necessità dell’immaginazione, tutte eccentriche rispetto all’asse narrativo. Ho inteso creare una macchina testuale come un organismo vivo in movimento giocato interamente sulla irrequietezza dei piani scenici contrapposti, spesso distanti tra loro nello spazio e nel tempo ed è proprio questa vitalità affidata, a mio avviso, al colore, alla plasticità della materia, a dare consistenza ai giochi delle immagini, alle sue atmosfere, alle sue metafore.
- … denudata neonata – a levante dell’occhio
Sono parole che introducono un richiamo abbastanza esplicito al clima del testo: vi agiscono, sul piano concettuale, delle forze misteriose, primordiali: si parla di una realtà ancora acerba, intatta che sta per entrare in un destino segnato da una singolarità di eventi che via via prenderà consistenza. E’ la figura di una danzatrice dalle remote ascendenze mitiche, forse imago archetipico del femminile, di una visione, di un’utopia. Non ha nome, non ha più il nome Salomè, è una figura della psiche, è un azzardo della mente che cerca di districarsi dagli stereotipi di certa iconografia drammaturgica tenacemente sedimentata nell’immaginario storico, una figura che si accampa di forza propria nel libro in tutta la sua spiritualità compressa e mi viene incontro… Lei è la Danzatrice, è la danza stessa, lei è, pertanto: rivelatrice del sacro.
Probabilmente un azzardo, ne sono consapevole, per questi nostri tempi ormai dimentichi dei tanti significati legati alle antiche danze, a quel mondo rituale complesso e seducente che non ci appartiene più, che abbiamo del tutto abbandonato; ma che è esistito.
In questo poemetto mi ha interessato l’attrito potente tra il mondo favoloso del mito, espresso dalla Danzatrice sacra e la emergente consapevolezza del pensiero storico rappresentato da Jochanaan, – l’altro polo della spirale – due potenze fortemente antagoniste, due modalità dell’essere destinate a restare scisse!
- … segni e figure entrano nello spazio
Era un verso, questo, che poteva cadere inosservato, e invece tu, non a caso, l’hai tirato fuori… ma sai, quasi sempre fare scrittura poetica è fare esperienza diretta col mistero: come accade che si è richiamati dentro un gioco dinamico di segni alfabetici e figure mentali, non so dire; so che quando ci sei nei paraggi per nulla al mondo ci vuoi rinunciare… Forse perché immagino siano, in qualche modo, le parole, sostanze “rizomatiche” incorporate nella nostra stessa fibra; non bussano per entrare, sanno la strada, entrano. E a volte entrano inaspettatamente le carte di un altro gioco neppure immaginabili persino dall’autore stesso… In realtà, credo che alla poesia importi poco che le si mettano “le parole in bocca” e tanto meno gradirebbe vedersi rinchiudere a trappola tra le pareti quadrate di un racconto, sia pure avvincente – ma questa è solo una mia opinione – vuol trovare da sé lo spazio in cui esistere: in fondo lei ama essere sorpresa, e ama ancor più sorprendere! Ho l’impressione che la nostra ordinaria comunicazione la faccia, beh, sì, sbadigliare! mentre mi sa che invece ami la sfida, nient’altro che la sfida, è la sfida che la fa esistere. Lei in fondo vuole che si osi qualcosa che esuberi dai vincoli della parola stessa… insomma, sentirsi coinvolta in un gioco le cui regole non sono state ancora inventate… Si tratta di seguirle, che altro? far proprio il vissuto di questa sostanza, imparare la via che la muove, mettere in rapporto opposizioni problematiche, polarità irriducibili, non per calcolo, ma per amore. Lì dietro l’angolo del mio campo visivo, in un dato momento, avviene qualcosa, e arde…
- … per planare / tra spalti vulcanici / in un’altra mutazione del sogno…
Qui, Flavio, mi spingi proprio tra le sabbie mobili… Primario è per me l’interesse per gli slittamenti di senso, per le dinamiche narrative distanti dalle coordinate temporali, compreso il senso di dislocazione, insomma, che attraversa il campo sensoriale secondo tracciati eccentrici non intenzionati a rappresentare la realtà, ma a trascenderla! No, non è propriamente scavalcarla, la realtà che interessa, (della quale, peraltro, lascio sempre “in vista” il referente originario perché siano riconoscibili i passaggi verso l’altro ordine di realtà che avanza) bensì cercare di conoscerla vivendoci dentro ma per raggirarla, oltrepassarla, trasgredirla… ecco, allora, la visione filtrata, anche deformata del reale, proprio perché il reale, tutto il sistema organico rintracciabile nel reale è slittato altrove, assorbito nel meccanismo scritturale, nei suoi vari filtri e processi di trasmutazione. Mi preme, anche, a questo punto dire che la rarefazione “iperletteraria” è, per me, cosa del tutto diversa e opposta alla mia visione: quella di starsene in una stanza blindata ed impedirne l’accesso ad altri.
- Il palco è una forca eretica che la luna insanguina
L’impianto teatrale oltre a rientrare in questo discorso di drammatizzazione delle immagini, ha il compito di mettere in campo una visione fortemente iconica, plastica della forma figurale, più che concettuale e descrittiva. Qui, l’espressività intensa, molto cromatica ha la sua peculiarità anche se, lo so bene, non può essere da tutti condivisibile. Si capisce che per un lavoro di questo tipo, il dispositivo scenico è l’unico spazio in cui può sussistere, funzionare. Più che raccontare una storia, (chi pensa leggendo questo libro di trovarvi una descrizione a ricalco di quelle vicende bibliche, resterà deluso) mi interessa, come ho detto, tentare di farne una trasposizione drammatica. Non si tratta di un’operazione intenzionale, è un’azione interiore che mi fa da campo magnetico, filtrato in un sistema di attrazioni quasi inconsapevoli che aspirano a prendere forma nella mia invenzione: qualcosa che ha a che fare con una passione… ho chiesto al teatro di farmi da interprete, di rompere la simmetria del tempo, la successione logica, lineare; ho chiesto alla struttura scenica di mettere in campo delle accelerazioni, delle allucinazioni: ogni immagine è specchio di qualcos’altro, ogni maschera è visione in proiezione espansa, ogni entità è sosia di qualcuno dietro le quinte o riflesso in uno specchio che lo trascende, lo eccede.
- … puoi guardare giunchi ed arpeggi arcuare / la torre
Ho preferito, come accennato, tagliare i riferimenti riconducibili a qualsiasi certificazione storico-letteraria per restituire la nuda corporeità della figura della danzatrice, il suo venirmi incontro al centro della scena, osando lo scandalo di una spiritualità propria. Ho seguito una sorta di itinerario visionario – intuitivo intorno a remote cosmogonie associate a presenze di divinità mitologiche del mondo mediorientale: la sumera Inanna, la babilonese Ishtar, le due potenze femminili legate a rigenerazioni cicliche celebranti i riti della sessualità, della fecondazione e, infine, della distruzione come una danza interna alle parole. Una danza di sorgiva, solare benevolenza e bellezza; poi, contaminata da insorgenti ideologie patriarcali, lacerata da un pathos estremo. Occorreva che la struttura verbale aderisse alla necessità di fondo della irrequietezza erotica, che è il cardine di tutto il testo nell’assecondare la gestualità scenica che avanzando trasforma. Occorreva, allora, che l’eros creasse da sé la configurazione plastica di questo vortice metamorfico, agganciasse molecole accese creando movimenti a spirale, farsi soggetto eminentemente relazionale, proiettivo, tradursi finalmente in immagine eventica.
- … appendersi ai suoni
Non è una mia invenzione la profonda spiritualità della Danzatrice, basti per questo il riferimento ad antiche letture, concernenti veri e propri riti di spoliazione come a simboleggiare, attraverso il metaforico passaggio dei “sette cancelli”, il raggiungimento di una condizione di autoconsapevolezza dell’individualità femminile da offrire in dono all’amato. Appendersi ai suoni: lasciar cadere uno per volta i segni materiali del potere terreno per una nuova fame di essenzialità e conoscenza, questo fa della creatura danzante una figura sacra, ben in contrasto con l’interpretazione che ne ha tramandato la chiesa!
Interessante notare la successiva banalizzazione e trasformazione in èra cristiana della religiosità profonda di questi riti antichissimi in forme lascive d’intrattenimento.
- Non c’è evento, è scritto, nella cecità degli sguardi
Guardare ed essere guardati: l’essere, da sempre, si definisce nello sguardo: tutto il poemetto gravita intorno al dramma di un evento mancato, cioè intorno all’inconciliabilità degli sguardi. L’evento per esistere, ama come si sa, la relazione unificatrice tra soggetti coscienti, pertanto privarsi di sguardo, è precludersi all’evento. Ciò significa, per l’uomo del poemetto, rarefarsi in una sfera d’assenza. Ecco in che consiste il dramma della danzatrice giudaica: la sua individualità, a questo punto, non può che regredire verso una fredda immobilità senza identità e senza storia. Resterà non più ricomponibile il fulgore unitario di corpo e intelletto.
- Quante lame sul viso accorrono / a pronunciare la solarità del male
C’è una linea invisibile che separa / unisce i due luoghi dello spirito: bene / male, due polarità in continuo fermento, entrambe funzionali al perpetuo movimento relazionale che sta alla base dell’economia del sistema vita, dell’equilibrio naturale nel quale siamo immersi: due forze vitali che ci appartengono nel midollo, forse senza saperlo veramente. Entrare nella “zona rossa” dell’infrazione, del pericolo, è rifuggire da una autoconsacrazione legata alla conservazione, concetto estraneo, peraltro, alla fisionomia dell’arte. C’è una peculiarità della hybris che è disordine dell’arte, dissipazione dell’immaginazione, dell’eros, dell’essere in quanto energia; c’è una solarità del male che non può essere taciuta, né tradita, che la si sconta nella solitudine estrema.
- e il geroglifico dentro il mio corpo esploderà
La danzatrice giudaica nelle sequenze finali rastremerà nella danza la propria corporeità fino ad arrivare a negarla totalmente. Questo accade quando certe linfe della natura e del sacro non s’intrecciano con le linee fulgide del logos e non si riconoscono nell’unità di sensi e idea. Qualcosa stava venendo meno, si stava disperdendo irreparabilmente sotto il profilo di uno scambio armonico tra le due forze dell’essere: la creatività mitica dell’eros e la coscienza ordinatrice del pensiero razionale e storico; una nuova èra bussava alle porte, ben decisa a farsi interprete di strategie di potere saldamente istituzionalizzate sull’ideologia patriarcale, e destinate a durare.

