La solitudine emerge non soltanto e non tanto come tema, ma piuttosto come evidenza stilistica. Mi spiego meglio: la maggior parte delle poesie è narrata (o più spesso, monologata) in prima persona, dove l’io poetico è dichiaratamente autobiografico (domani è il mio compleanno / compio trentacinque anni, p. 15). Tuttavia, assai di rado i testi mostrano questo io in relazione con altri soggetti. Nella prima poesia – en passant, uno dei vertici del libro – gli altri sono indistintamente quelli che avevano trentacinque anni nel 1980, e sono presenti solo come proiezione d’invidia (e poi, d’accusa) dell’io poetico. La bella poesia Fiorinlavora con me (p. 18) fa parzialmente eccezione, ma anche qui la presenza dell’altro diventa motivo di scontro e non di dialogo: la sua positività non si pone come modello per l’io, ma suscita quasi un moto di vendetta travestita da profezia sociologica che non lascia scampo (Florin non lo sa / che i suoi nipoti parleranno come me). Ecco, secondo me qui il limite è proprio quello di inscenare la frustrazione dell’io al punto di riassorbire in sé la presenza dell’altro, mettendo in atto quelle opposizioni nette e semplificanti che già avevo criticato in Guerra alla tonnara.
Questa tendenza al dualismo è evidente, per esempio, nella poesia a p. 21 (Abbiamo tutti un coltello nella pancia) dove la beatitudine dei pesci viene contrapposta a quella dell’uomo. Non diversamente accade nella poesia a p. 35 (Ho scoperto che), costruita sulle opposte coordinate angeli-leggerezza e uomini-pesantezza. Certo, siccome una delle dominanti del libro è l’invettiva, la costruzione dell’opposizione è parte del gioco, strategia retorica; tuttavia credo che la poesia dovrebbe avere una funzione critica nel senso del discernimento, qui oscurato dall’adozione del modus dell’invettiva che porta a fare “di tutta l’erba un fascio”, a proiettare il proprio malessere su tutti senza prima sincerarsi che sia questo il caso, quando non negandolo o augurando il contrario (vedi Fiorin). Insomma, non bisogna sottovalutare il rischio che la lamentela o il j’accusequalunquista non sia solo mimesi dell’italiano medio ma invada anche la sostanza etica dell’io poetico.
Non basta, a far scudo contro la solitudine e il trincerarsi frustrato-rabbioso dell’io, il noicollettivo di cui parla anche Giulio Greco e che appare la prima volta solo a p. 27: questo fa in effetti parte di una postura civile e raccoglie, nel suo ampio raggio denotativo, pressoché tutti gli individui occidentali e all’incirca nostri coetanei. La vena epica di Guerra alla tonnara è però svuotata: quel libro indagava un passato concreto, la collettività era indentificabile perché aveva confini storici e geografici (e affettivi) ben delimitabli. Solo l’uomo invece è tutto schiacciato sul presente (i cenni al futuro sono intrisi di pessimismo), chi scrive non è più testimone di un dramma storico che può essere raccontato ma come uno schermidore accecato lancia strali a vuoto contro il nemico invisibile del consumismo, del comfort, della rarefazione e dell’omologazione che impregnano la società odierna (molto a proposito Greco cita la società liquida teorizzata da Zygmut Bauman). Questa ambizione civile riporta però al rischio della semplificazione, dell’unidirezionalità e del prevaricare dell’io sugli altri che ho messo in luce nei paragrafi precedenti.
Non posso concludere questa nota senza menzionare quello che, per me (ma anche per Giulio Greco, che infatti lo cita), è uno dei numi tutelati di questo libro: il mio amato Vittorio Sereni. Le numerose serie asindetiche (per es. lui non crede al fratello alla lotta all’amico; e questo ‘lui’ assomiglia, pare, all’io poetico…) sono senz’altro una spia sereniana, benché ti metta in guardia dal rischio del processo di stilizzazione, ossia il tramutarsi di una scelta stilistica in stilema per sovraesposizione. Sereni agisce ancor di più a livello di poetica, e infatti agisce in te soprattutto l’autore massimamente cupo e disperante di Stella Variabile, portavoce di un un pessimismo irrimediabile. In una famosa poesia (Quei bambini che giocano), Sereni dice che i bambini non ci perdoneranno l’emorragia dei giorni, i nostri peccati contro l’amore. Allo stesso modo, qui ci sono conflittualità generazionali consapevolmente assunte e reiterate (anche nella struttura concettuale “una volta X, ora invece Y”, dove X è invariabilmente perduto e agognato): la tangenza non potrebbe essere illustrata più chiaramente che nella poesia conclusiva di p. 36, dove auguri ai padri di uccidersi e poi scrivi oh beata generazione quella dei nostri figli / si riprenderanno il loro posto nell’universo (tra parentesi, verso la fine della poesia l’io poetico si fa a mio avviso troppo intrusivo, volendo spiegare e precisare in maniera quasi didascalica). L’autodistruzione che Sereni augurava a sé stesso tramite un misterioso killer (da solo / non ce la faccio a far giustizia di me, in Paura prima) tu la affidi a Dio, in una sorta di preghiera rovesciata (p. 31) e subito dopo, come in un dittico, alla pugilessa Laura. Si chiede più violenza, la si chiede a chi (Dio, la donna) ne sembrerebbe più immune; si nutre forse l’illusione che la violenza che ha portato a questa assuefazione venga scossa e distrutta da una violenza uguale e contraria, piuttosto che da un paziente lavoro di ricucitura e relazione (che è la speranza o meglio la convinzione che nutro io). Questo porta, lo dicevo già prima, a un rischio di monovisione o unilateralità, assente in Sereni perché in lui sfaccettato in dubbio e dialettica. La brutalità (nel senso di impatto, immediatezza) del contenuto è assunta infine anche nello stile, che gira alla larga da ogni preziosismo e sceglie un italiano medio. Anche il verso evita ogni sinuosità nostrana, si affida poco o nulla all’ipotassi e all’enjambement: prevalgono versi-proposizione sincopati, ad alta leggibilità, accumulati in lunge sequenze paratattiche senza interpunzione (qui il magistero sembra quello del tuo famoso conterraneo Bartolo Cattafi), fino a occupare spesso una poesia per intero: come una cosa che va detta ora e subito, con dolore e urgenza.
Davide Castiglione, 2 aprile 2016

