E’ su questa linea di confine, di comunicazione e di intersezione tra il dentro e il fuori che si colloca la poesia di Cappello. Da un lato la tensione emotiva, fatta di raccoglimenti e introspezione, dall’altro quella etica:la cura degli affetti e l’interesse per la civitas; le delizie immediate e impagabili di un quotidiano ritrarsi ma anche la responsabilità e la fatica dell’uscire e dello stare al mondo; l’attaccamento al nucleo famigliare ma nel ventre palpitante dell’universo; l’emozione per la piccola vita che irrompe nel gioco della grande vita che va e viene; i momenti personali da fermare e da eternare mentre il pendolo continua a oscillare; “la prima candelina”, “il biberon delle cinque”, il “pianto della prima febbre”, “il ritmo del sonno e della veglia” e l’attività di docente il cui “approdo nella classe” mira alla tessitura delle giovani menti; il partorire della madre e il generare maieutico dell’educatore e dell’insegnante; il bimbo che fu preso per mano da suo padre e che ora, padre, prende per mano la sua bimba; il sisma esistenziale, la scossa che accende la vita e, per contrasto, la favola bella che illuse due giovani fidanzati morti sotto le macerie nella casa dello studente dell’Aquila.
Vita nuova, non solo per chi è arrivato ma anche per chi ha atteso questo arrivo e lo ha saputo accogliere e amare nel profondo, da genitore ma anche da cittadino del mondo, quel mondo cui ogni vita è destinata ad espandersi e a realizzarsi. Venuta al mondo, benvenuta al mondo.

