E anche questo suo estremo libretto offre un modo se possibile ancora più spoglio, indifeso e perciò audace e contundente, la voce di un uomo che cammina, uomo antico e attualissimo. Ha la lingua e i panni, gli smagamenti e le ire della Milano di oggi, ma potrebbe essere ogni luogo della fine modernità, età strangosciata (per usare un termine di Testori, altro milanese lontano dallo stile ma vicino alla spoliazione attuale di Loi). Esaurimenti della mente, del corpo, le deviazioni, i ricordi, il niente che attira l'attenzione entrano nella voce di Loi e da lì vengono in una specie di nenia ruvida e ariosa.
La presenza biologica, storica del mondo e dei corpi, i posti del vivere, i ricordi, sono traversati da uno strappo (altra parola chiave della poetica di Loi) che è il segno del vero dramma in atto dentro le circostanze: il dramma della coscienza. Il libro in cui Loi più apertamente parla di Dio, è un libro laico, e direi lombardo fino al midollo, dedicato a quel che dalle parti di Milano è il fuoco su cui si sono arrovellati letterati e giuristi e pensatori da accademia e da bar: la coscienza. Tale è la fame di starle attaccati, fame ricevuta per paterna eredità e da un popolo che la poneva a sigillo di dignità umana e politica, che il poeta deve guardare lo strappo, la ferita del nostro essere da cui essa sorge e si alimenta. In questo strappo si vede e si "ruba" Dio. Suo primo nido in noi.
Così in un momento in cui come ama dire Loi ripetendo un adagio popolare «non c'è più religione», arriva la poesia che invita a essere uomini veramente coscienti, liberi da una razionalità povera e meccanica.
Davide Rondoni
L'Avvenire

