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logoavvenireNella personale recherche di Alessandro Russo, la poetica si coagula intorno al tema della terra, della civiltà contadina perduta e struggente come un amore, delle figure, antenati, di riferimento, con echi pascoliani. Racconta il poeta che il nonno stava seduto in silenzio accanto al camino e lo osservava: «Ed io amavo quel silenzio perché credevo che il nonno mi stesse insegnando ad ascoltare». Leggeva all’ombra di un olivo, guardava le colline soleggiate, udiva le voci dei contadini da una fattoria all’altra. Se pioveva, il tavolo di lettura finiva sotto la finestra, e il giovane Alessandro, il fanciullino Alessandro, «respirava forte l’odore della terra, quel sentore che sprigiona alla fine, come se si aprisse per offrirmi la sua parte migliore.»

E così, «Era allora che nascevano queste poesie. L’ho capito solo invecchiando». Con un fiducioso e candido esergo, («Solo la poesia può salvare l’uomo»: Ungaretti), Russo si colloca nella scia proustiana del rammemorare «il tempo perduto», della nostalgia, sentimento universale. Il libro ha la prefazione di Vincenzo Guarracino: «Si può volere di più da una poesia se non che sappia dire quello che vuole dire, ossia la fedeltà a un nodo essenziale, al cuore del proprio essere adulti?». In un «circuito perenne di morte e rinascita»; in un «sistema armonico»; queste poesie, dice Guarracino, sono illuminazioni, idilli «in versi netti e rigorosi, racchiusi nel respiro breve di un’immagine, di un pensiero».

 


logoavvenireNei consueti dibattiti che hanno come oggetto il ruolo dell'intellettuale, uno dei moderni errori è probabilmente la volontà di insistere sul dualismo che contraddistingue questa figura nell'immaginario nostrano. In teoria si attribuisce alla letteratura, un necessario impegno civile:lo scrittore diventerebbe engagé poiché legittimato dal suo status. L’ aspettativa ha quindi generato unm oderno sentimento di nostalgia nei confronti di uno stereotipo romantico di intellettuale, più immaginario che reale. Bisogna inoltre non dimenticare il contesto di riferimento, poiché nessun comparto della societa è rimasto immune dalla crisi, non solo a livello economico ma anche politico e sociale.

Mentre tutto ciò accadevaintellettuale-umanista ha continuato a dedicarsi alla sua arte, alla letteratura. come se questa crisi non lo riguardasse. I festival, i premi letterari hanno continuato indisturbati la loro avventura, formattandosi sempre di più al genere televisivo tanto osteggiato. C'è poi quel profondo sentimento di appartenenza allo "schieramento” che dal dopoguerra ad oggi non cessa di confondere e illudere.


 

logoavvenireQual'é oggi il ruolo degli intellettuali sulla scena artistica, culturale, sociale, polititca italiana? Chi sono gli intellettuali odierni? E ancor prima: esistono, ci sono? Si torna a discutere su un tema complesso ed evidentemente vitale. Dopo il libro pamphlet di Luca Mastrantonio, Intellettuali del piffero (Marsilio) discusso su queste pagine in un vivace botta e risposta tra Cesare Cavalieri e lo stesso Mastrantonio esce presso Giuliano Ladolfi Editore il saggio di un giovane italianista, Gianpaolo Furgiuele, eloquentemente intitolato Intellettuali: una debacle di classe. In realtà la tesi è meno perentoria di quanto l’assunto del titolo lascerebbe pensare. L'autore pone diverse questioni, analizza le varie posizioni e, in una sorta di appendice al saggio vero e proprio, chiama a confronto i pareri di alcuni scrittori,giornalisti, sociologi della cultura quali Alberto Abruzzese, Erri De Luca, Franco Ferrarotti e Mirella Serri.

 


Muneralogo «Al centro di questo lavoro non vi è […] la ricerca di un canone o di un fine della filosofia, ma la presentazione di uno spettro abbastanza vario di operazioni e di ipotesi filosofiche […]. L’identità filosofica è da sempre […] una pluralità, un confronto di menti, un dialogo» (p. 6).

C’è in questa dichiarazione programmatica di Stefano Cazzato, sostenuta da una robusta e profonda consapevolezza culturale, il succo di un approccio alla filosofia realistico e drammatico insieme. Vale a dire la presa d’atto che la verità teoreticamente perseguibile con gli strumenti e il metodo di ogni sapere umano rimarrà nascosta (lètheia). Verità parziale e opinabile, dunque, perché nessun “punto di vista”, proprio in quanto tale, potrà legittimarne il non-nascondimento disvelativo e assoluto (alètheia). E c’è anche, del pari, il dolore e l’inquietudine per una perdita irredimibile. Nihil sub sole novi, si potrebbe dire, dal momento che la “ben rotonda verità” parmenidea, vecchia di 25 secoli, costituì in grande anticipo la sfida titanica sia per il “sovversivo” criticismo socratico, sia per il più compassato razionalismo platonico. Secondo M. Heidegger furono proprio i Paradèigma di Platone a registrare la svolta radicale dell’incertezza – e debolezza – ontologica della filosofia, aggiogando l’Essere-Uno agli enti-molteplici, da cui non poteva che conseguire una visione della realtà frantumata e scissa. Dati questi formidabili presupposti di crisi e lacerazione, prodromici del cosiddetto “nichilismo della tecnica”, e pedisseque filosofie ancillari, perché ridiscutere l’ormai fin troppo storicizzato disincanto filosofico? Disincanto, peraltro, in tutta evidenza consolidato da una vittoria scettica e relativista guadagnata da secoli dalla modernità? Perché non rassegnarsi alla normalità strumentale di ogni provvisorio sapere umano?

 


rigamonti il ciliegio"Il mondo è più grande di quanto stabilisce la logica dell'identità per cui ad ogni parola corrisponde un preciso significato".

Sono parole di Francesca Bonazzoli, critico d'arte del Corriere della Sera che firma la postfazione della nuova raccolta poetica di Giuliana Rigamonti. Parole che sono la risposta ad una precisa domanda: perché la poesia, genere così antico, continua ad attrarci?

Esiste una risposta universale, qualcosa che deve avere a che fare con un'innata necessità in ognuno di noi di scorgere un sovrappiù di sensiin ciò che leggiamo e una risposta, invece, particolare, tagliata proprio sull'attività di questa signora di sfolgorante bellezza, scura e luminosa ad un tempo, che scrive del silenzio che sa ascoltare, che conosce e frequenta l'ombra dentro di sè e la luce accecante del deserto o il buio delle tombe dove la portano le sue " campagne d'Egitto". Forse il fatto che Giuliana rigamonti sia un autorevole esperto di geroglifici - scrive Bonazzoli - ha qualcosa a che fare con la sua capacità di usare i simboli, di riuscire a parlare delle "dieci più due vite delal pioggia" o della "danza lunga quanto il serpente della sete".


cvtaevaMattinoNon ha ancora diciotto anni, Marina Cvetaeva, quando scrive i versi che compongono Album Serale. Sara il primo libro pubblicato nel 1910 a Mosca - di una poetessa di prima grandezza, costretta dopo la Rivoluzione a peregrinare per il mondo, fino all'esito tragico e ammutolente del suicidio.

Si tratta di versi intrisi di un sonnambolico intimismo, fusi con paesaggi più interiori che reali. E soprattutto sono vere e proprie prove di voce. Una voce che sfrutta le tenebre notturne per dotarsi di un coraggio espressivo che all'alba è destinato a scomparire: «ll tuo ardente delirio, indorato di lamiere rosa/ Apparirà risibile al mattino. Non lo senta l'alba!/ Apparira al mattino un saggio, un arido studioso/ chi a notte fu poeta».

Ma l'album - scandito in tre sezioni: infanzia, Amore, Solo ombre - è per l'appunto più serale che notturno. La notte è più presentita che descritta: «Abbu ia... sento sbattere le imposte,/ sopra ogni cosa è prossima la notte». Eppure è in agguato un po' dappettutto; questi versi sono colmi di presagi, e non credo sia solo il senno di poi a farci scorgere in essi anche l'arrivo della Rivoluzione.


  1. "Parole che si infiammano tra le inquietudini della vita" su LA PREALPINA
  2. "Tutta colpa di Mike" su 24 Ore News
  3. "Lader de dieu" su ILTEMPO.IT
  4. "Di cosa parliamo quando parliamo di Filosofia" su LA ROCCA, Dicembre 2013

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